Etichette alimentari

L’origine in etichetta: da dove viene ciò che mangi?

Tempo di lettura: 2 minutes

L’obiettivo principale della legislazione alimentare è la tutela del consumatore, il quale deve poter essere informato in maniera precisa attraverso l’etichettatura del prodotto. In questo contesto, si inserisce il tema dell’indicazione dell’origine geografica di ciò che acquistiamo. Un’indagine condotta dall’Eurispes nel 2018 rileva come oltre l’80% dei consumatori italiani abbia una preferenza per i prodotti alimentari provenienti dal nostro Paese. Inoltre, i due terzi dei consumatori controlla l’etichetta per avere informazioni sulla provenienza dei prodotti. Si può ipotizzare che questo sia frutto di una diffusa percezione della qualità sia delle materie prime italiane che dei controlli sulla filiera agroalimentare.

Tuttavia, l’indicazione in etichetta della provenienza dell’ingrediente primario (cioè dell’ingrediente che costituisce più del 50% dell’alimento) è facoltativa. In particolare, se l’ingrediente proviene da un luogo a cui è notoriamente associato un determinato prodotto, non occorre indicarne l’origine in etichetta. Al contrario, se la denominazione di un prodotto dà l’impressione che l’ingrediente primario provenga da una data area ma invece proviene da tutt’altro luogo, allora è obbligatorio indicare l’origine in etichetta. Ad esempio, se una confettura ha sulla confezione il tricolore italiano ma la frutta proviene dall’estero, il produttore deve indicare la provenienza della frutta sull’etichetta.

Cosa prevede la normativa

Ad aprile 2020 è entrato in vigore il Regolamento di esecuzione (UE) 775/2018, che meglio disciplina alcuni aspetti del Regolamento (UE) 1169/2011. In particolare, il Regolamento del 2018 obbliga il produttore ad indicare sull’etichetta l’origine dell’ingrediente primario:

  • se esso non coincide con la provenienza del prodotto
  • se esiste il rischio per il consumatore di essere tratto in inganno a causa di elementi sulla confezione che possono riferirsi a luoghi geografici. È il caso della nostra confettura con la bandiera italiana descritta in precedenza

L’indicazione dell’origine in etichetta può avvenire con due modalità. Il produttore può semplicemente indicare che l’ingrediente “non proviene da” o in alternativa può citare l’origine dell’ingrediente primario con maggiore precisione, ad esempio riportando:

  • un’indicazione del territorio (nome del Comune) o del Paese (Italia, Francia, Cile, ecc.)
  • una zona geografica specifica e conosciuta dal consumatore medio (Alpi, Mar Mediterraneo, ecc.)
  • la semplice dicitura “UE”, “non UE” o addirittura “UE e non UE”

Tuttavia, esistono casi in cui l’indicazione dell’origine non è necessaria. Ad esempio, i prodotti registrati come DOP e IGP sono disciplinati da norme specifiche, anche in materia di etichettatura.

La proroga dell’obbligo di indicare l’origine in etichetta

È in questo contesto normativo che va inserito l’impegno del nostro Paese nel garantire maggiore trasparenza sull’origine delle materie prime. Già prima dell’entrata in vigore del Regolamento del 2018, il nostro Paese aveva adottato dei decreti che prevedevano l’obbligo di indicare l’origine fino a marzo 2020. L’obbligo riguardava in particolare latte e derivati, riso, grano duro e derivati del pomodoro. La scadenza di questi decreti è stata inizialmente prorogata al 31 dicembre 2021 e verrà estesa fino al 31 dicembre 2022.

Il tema dell’origine delle materie prime è delicato e ha molte ramificazioni. È importantissimo per i consumatori, che solo attraverso una corretta informazione possono compiere scelte consapevoli. Ma è difficile da gestire in quanto, nonostante le buone intenzioni della normativa, esistono delle ambiguità. Ad esempio, un consumatore può essere sicuro di acquistare un alimento totalmente italiano quando, in realtà, è stato prodotto solo al 50% con una materia prima di origine italiana. Potrebbe essere un caso piuttosto diffuso, in quanto il nostro Paese importa molte materie prime. In alcune filiere, infatti, mancano le quantità necessarie a soddisfare la domanda: ad esempio, il grano italiano non sempre è sufficiente o può non rispettare i livelli qualitativi necessari.

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